Avvento, la conversione delle nostre speranze

Avvento: tempo di attesa, tempo di speranza. Ma oggi, nella nostra società occidentale, nella nostra Chiesa, nelle nostre comunità parrocchiali, si attende ancora qualcosa, qualcuno? Si spera ancora o ci si difende da un futuro che appare minaccioso, inquietante?
Siamo immersi in una cultura che privilegia il presente, l’attimo che stiamo vivendo e che dimentica il passato; quanto al futuro… è meglio non pensarci. I giovani di oggi parlano del “fare esperienza”, senza un preciso orientamento, senza la ricerca di un senso, con speranze a breve termine, “piccole”, perché è troppo difficile osare sperare e, spesso, queste speranze si fermano all’apparire e all’avere, in linea con una società dei consumi.
Del resto, come può esserci speranza quando mancano prospettive di lavoro, di giustizia, quando manca il senso del bene comune e prevale un individualismo esasperato? Molte persone in cui si è sperato e che sembravano dare speranza si sono mostrate inaffidabili; nuove realtà che ci facevano sognare si sono rivelate corrotte.
Cosa sperare?
Di fronte alle continue smentite della storia del mondo (poiché, se è crollato il muro di Berlino, tanti altri muri sono sorti, forse ancora più solidi) e di fronte alle smentite nella storia personale di ciascuno (la malattia, le disgrazie, la mancanza di prospettive di lavoro, l’incapacità di perseverare nella fedeltà ai propri amori), si pone la domanda: “Che cosa sperare? Si può ancora sperare?”.
Di certo, la speranza non è facile ottimismo. Il credente è un uomo lucido, che discerne il potere del male, della sofferenza, della morte. La costituzione Gaudium et spes al capitolo 1° afferma: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».
Non siamo estranei alla crisi che sta vivendo la nostra società: crisi economica, crisi di valori, crisi nei rapporti umani. Ma va ricordato che il termine greco krísis non ha necessariamente ed esclusivamente una valenza negativa. La crisi può essere vitale, può essere – detto in termini cristiani – un appello alla conversione, a ritornare alle domande fondamentali: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? La crisi costringe a rivedere le nostre speranze e a uscire dalle illusioni.
Nella vita ci sono sogni buoni, che fanno del bene e aiutano a vivere, e sogni cattivi, che fanno male, le illusioni, le pretese che la realtà si pieghi ai nostri desideri. L’avvento è tempo che ci invita a purificare e a rinnovare la nostra speranza, la nostra attesa di colui che verrà a far nuove tutte le cose, a stabilire il suo regno di giustizia e di pace.
La “cattiva” tristezza
Se guardiamo al Nuovo Testamento, troviamo che, spesso, i discepoli hanno dovuto imparare a convertire le loro speranze. Pensiamo al dramma vissuto dalla comunità cristiana primitiva. Il Signore ha promesso di ritornare e di prendere con sé i discepoli, eppure cominciano a morire i primi apostoli e il Signore non ritorna. E, passato l’entusiasmo, il fervore iniziale, molti si scoraggiano, si lasciano andare.
La vita è lunga, la perseveranza in certi giorni si fa pesante, il prezzo della fedeltà diventa alto. È un’esperienza che tocca tutti prima o poi lungo il cammino; ci assale la tentazione di dire: “Non val la pena”; pensiamo di non aver più niente da aspettarci dalla vita, dagli altri, dal cammino di fede. A che serve tutto questo? Tanto, che cosa cambia?
La Seconda lettera di Pietro, al capitolo 3,3-4, registra lo scoraggiamento di chi assiste al ritardo del ritorno del Signore. «Questo anzitutto dovete sapere: negli ultimi giorni si farà avanti gente che si inganna e inganna altri e che si lascia dominare dalle proprie passioni. Diranno: “Dov’è la sua venuta, che egli ha promesso? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione”».
Viene qui riportata un’esperienza quanto mai attuale: sensazione di nausea, tedio, grigiore nel quale si è immersi a volte anche dentro la Chiesa, esperienza di stagioni della vita personale, comunitaria, di coppia nelle quali si tira a campare. “Tanto… a che serve impegnarsi? Tanto… che cambia? Dopo duemila anni di cristianesimo, che cosa è cambiato? Facciamo tanti bei discorsi in parrocchia, ma cosa cambia in realtà? Abbiamo sognato, sperato, ci siamo impegnati con tutte le nostre forze: con quale risultato?”.
È la tentazione del disfattismo; si finisce per cedere alla ripetitività, all’abitudine, alla logica del “si è sempre fatto così”; ci si lascia vivere, si fa quel tanto che è necessario soltanto perché si deve, senza più entusiasmo, senza crederci troppo, senza attendersi più nulla.
È quell’insieme di sentimenti che la tradizione spirituale cristiana chiama acedia (dal greco: akedía, cioè non avere più alcun interesse, alcuna “cura” per niente). L’acedia corrisponde, in certo senso, a quella «cattiva tristezza» di cui parla l’apostolo Paolo nella Seconda lettera ai corinti 7,10, là dove distingue tra una «tristezza secondo Dio», cioè il pentimento, il dolore di non essere all’altezza della vocazione ricevuta, di non saper rispondere all’amore che il Signore ha avuto per noi; vi è poi la «cattiva tristezza», che – dice Paolo – «conduce alla morte».
Si tratta di una tristezza mortifera, che avvelena la vita, che si nutre di malcontento, di frustrazione, perché i nostri desideri, le nostre pretese sulla vita, sugli altri non sono stati esauditi; si cede al lamento, alla mormorazione su tutto e su tutti concentrando il nostro sguardo sulla zizzania, che pure c’è, ma senza più vedere il buon grano che c’è, che cresce, forse senza far tanto chiasso, nel campo del mondo, della Chiesa, delle nostre comunità (come mai nei media se ne evidenzia così poco l’esistenza, come mai non vengono mai riportate notizie di realtà buone?).
Come attendere
L’avvento è tempo per ridestarsi dal sonno, purificare gli occhi del nostro cuore, reimparare a guardare alla nostra vita, agli altri. Così risponde la Seconda lettera di Pietro a chi cede allo scoraggiamento: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece ha un cuore colmo di bontà verso di voi perché non vuole che nessuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9).
Se abbiamo ancora del tempo dinanzi a noi, se ci è regalato del tempo, è perché lo adoperiamo per fare ritorno al Signore, per metterci sotto le sue mani e lasciarci plasmare da lui e quelle mani le troviamo nella Parola spezzata e nel pane spezzato (parola di Dio ed eucaristia). Anche le nostre attese di un Messia che viene con forza e potenza vanno purificate; il tempo di avvento è tempo di attesa di colui che è venuto su questa terra nella fragilità e nella debolezza di un bambino bisognoso di cure, di colui che è «mite e umile di cuore» (Mt 11,29).
La Chiesa è il piccolo gregge, è quella comunità di uomini e di donne che vivono il vangelo nella mitezza e nell’umiltà, senza arroganza, senza pretese; testimoniano la gioiosa notizia – e non un elenco di leggi, di divieti, di norme – «se necessario, anche con le parole», come ha detto papa Francesco. Quelli “di fuori”, i non credenti, vedono sui nostri volti, nel nostro vivere quotidiano, persone che nella fede, nella speranza, nell’amore pongono dei segni di un mondo diverso, dei piccoli segni del Regno?
L’avvento è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini e, contemporaneamente, è tempo in cui viene rinnovata la nostra attesa della seconda venuta, del ritorno di Cristo alla fine dei tempi.
Quale messia?
Vi è un’altra tentazione lungo l’attesa. È quella illustrata in Mt 11,3. Giovanni è stato arrestato, la voce che grida nel deserto è stata messa a tacere. Il Battista è in carcere per aver annunciato la volontà del Signore. Diventa un giocattolo nelle mani dei potenti. «Hanno fatto di lui quello che hanno voluto» (Mt 17,12), dirà Gesù.
Nel carcere, ormai prossimo alla morte, Giovanni ripercorre la sua vita che si è concentrata sull’annuncio di «colui che viene dopo di me, colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco e che pulirà la sua aia raccogliendo il grano nel granaio e bruciando la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,11-12). Giovanni ha indicato in Gesù il Messia, ma ora si chiede dove sono i segni della sua venuta. «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». È una delle rare volte in cui compare il verbo “attendere” nel Nuovo Testamento.
In che modo Gesù è Messia? Non sono stato ingannato nella mia attesa? Ho dedicato la vita intera, ho sacrificato tutto per qualcosa che non c’è? Perché la pula non è stata bruciata? Perché il grano, invece di essere raccolto nel granaio, è calpestato dai potenti? Perché la scure, invece di essere posta alla radice degli alberi, è posta sul collo di Giovanni? Qual è la salvezza portata dal Messia? È tutto qui? Non c’è nient’altro da aspettare? Non abbiamo da aspettarci nient’altro dalla vita cristiana, dalla nostra vocazione? Dove sono i segni della venuta del Messia?
E Gesù manda a dire a Giovanni: «I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella» (Mt 11,5). Gesù manda a riferire a Giovanni dei segni di salvezza e di liberazione, ma per Giovanni qual è il segno di salvezza, di liberazione?
Ha atteso per tutta la vita il Messia e dov’è ora per lui il Messia? I ciechi ricuperano la vista, ma Giovanni resta in carcere, gli storpi camminano ma Giovanni sarà messo a morte… È l’ora della conversione dell’attesa. Il Battista deve convertire la sua immagine di Messia. «Beato colui che non si scandalizza di me» (Mt 11,6).
Gesù si rivela Messia che non viene nella forza e nella potenza, ma nella mitezza e nella piccolezza, un Messia che va verso la croce, che accetta di essere rifiutato dagli uomini e si abbandona fiducioso nelle mani del Padre, e Giovanni è chiamato a rinnovare la sua fiducia e a continuare il suo ministero di precursore di Gesù anche nella morte, anche negli inferi. Giovanni consegna davvero tutto a colui di cui ha annunciato la venuta, anche le sue speranze e le sue attese.
Convertire la speranza
Come Giovanni dobbiamo imparare a convertire le nostre speranze. Ciascuno conosce il temibile scoraggiamento, la triste rassegnazione, l’angoscia dell’impotenza a cambiare, eppure ciascuno di noi può guardare avanti «dimentico del passato e proteso verso il futuro» (Fil 3,13). C’è un verbo caro alla tradizione spirituale antica: “ricominciare”. Non a caso papa Giovanni, che ben conosceva la tradizione spirituale dei padri della Chiesa, definiva la Chiesa «la grande ricominciatrice».
Un monaco del VII secolo, Giovanni Climaco, scrive: «La conversione è figlia della speranza e rinnegamento della disperazione» (La scala 5,2). Solo se nutriamo in noi la speranza, possiamo iniziare un cammino di conversione; solo se diamo all’altro la speranza, se gli facciamo fiducia, possiamo indurlo a cambiare, a convertirsi.
In un antico racconto, si narra che un tale, dopo aver frequentato per un certo tempo una Chiesa, domandò a un presbitero: «Che cos’è in verità la comunità cristiana?». E quel sapiente presbitero rispose: «È un luogo nel quale si cade e ci si rialza, e poi di nuovo si cade e di nuovo ci si rialza, e ancora si cade e ci si rialza». E il suo interlocutore gli chiese: «Fino a quando?». Gli fu risposto: «Fino a che venga il Signore, trovi che siamo caduti, ma ci stiamo rialzando e allora ci prenderà per mano e ci rialzerà lui definitivamente per portarci con sé».
Avvento: tempo per destarsi dal sonno, vegliare, ricominciare. Sappiamo che cadremo di nuovo, ma con gli occhi volti al Signore, ogni volta cercheremo di rialzarci confidando nel suo perdono, nell’attesa fiduciosa del suo ritorno.
Lisa Cremaschi

 

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